lunedì 8 febbraio 2010

Volteggiò varie volte su stessa, poi si lasciò cadere sul tappeto vermiglio. Con molta noncuranza Sigmund scacciò i presenti, imbastendo rassicurazioni tanto sbrigative quanto di comodo. Elenè giaceva sul tappeto, nuda e cruda. I suoi gonfi seni le scendevamo morbidi per i fianchi, aveva un colore ceruleo, mantenendo pur sempre della labbra rosso fuoco. La sua pelle lucida splendeva sotto la dolce luce dell’abat-jour che Sigmund aveva accesso quasi per tranquillizzarla con quell’abbraccio, quel bagliore che la copriva come seta. I vasi turchesi e bianco cobalto, i marmi purissimi di giovani di plastica bellezza e i cristalli del grande lampadario che campeggiava sulla stanza, intonavano un vespero di colori, un’aurora boreale la cui bellezza svaniva solo perdendosi nelle profondità degli occhi di Elenè. Sigmund tentò un approccio sicuro, sciolto, cercando di farla rinsavire. Ogni ipotesi di consulto medico era da escludere. L’avrebbero sbattuta in prigione per settimane con quello che aveva in corpo tra droghe e alcool. Capita spesso che una ragazza giovane, bella e in vista come Elenè, balzi alle cronaca per festini a base di coca e sesso orgiastico. Tutto in quella stanza lasciava intuire l’accaduto. Vassoi ancora zeppi di polvere bianca, bottiglie di gin e martini a perdita d’occhio. Fitte maglie di collier sparse sui divani zozzi di secrezioni di ogni genere. Con ogni probabilità Elenè non avrebbe superato al notte, a soli venticinque anni era già una vita spezzata.

Sigmund era un tipo mite, catapultato in quel mondo per meriti intellettuali. Avevo pubblicato vari romanzi e da qualche tempo lavorava come sceneggiatore in teatro. Quel mondo l’aveva risucchiato e lui con l’innocenza di un bambino, assolutamente impreparato, ci era caduto dentro. Il patio dell’albergo brulicava di voci, voci stanche e angosciate, un vociare che mise in allerta Sigmund. Temeva qualcuno avesse avvisato la direzione dell’albergo, che come d’obbligo avrebbe chiamato i paramedici o addirittura il commissariato di zona. Sigmund era terrorizzato all’idea, non perché temesse per la sorte di Elenè, ma per la sua. In fondo, era solo un ragazzo di provincia spaventato da quel mondo patinato e crudele mondo, che non ammetteva errori, ma solo successi. La sua carriera avrebbe risentito di uno scandalo, e cosa avrebbero pensato i suoi che vedevano nel figlio il giovane pulito di belle speranze che aveva conquistato il posto che gli spettava nel mondo. Forse era proprio quel ragazzo che temeva, se stesso, quel ragazzetto timido che in cuor suo serbava ancora la purezza di un adolescenza improntata sui precetti cattolici e uno stile di vita moderato, sempre privo di colpi di testa. Tutto questo l’avrebbe stravolto, si sarebbe dovuto reinventare, con quale forza? Seguendo quale via stavolta? Non ci sarebbe stato più nessuno ad indicargli quella giusta. Perso nel suo vanesio pensare, Sigmund dimenticò per qualche istante dell’esistenza di Elenè, ancora accasciata al suolo priva di sensi. Le sfilò le mutandine, l’unica cosa che aveva ancora in dosso. Accarezzò dolcemente le gambe sino a giungere alle cosce e poi più su, all’inguine. Le sue dita già accarezzavano le grandi labbra con un tocco incerto di stupore. Forse la prima donna che avesse mai toccato, ed era pressoché priva di vita. Ad ogni stimolazione il respiro di Elenè si faceva sempre più fioco, i muscoli si contraevano naturalmente,senza nessun gusto, nessun sentimento. Quando Sigmund ebbe finito di svuotare il suo cuore dai sentimenti, senti battere con forza alla porta. Seguirono delle voci di uomini “Apri, sappiamo che sei lì, non puoi scappare! Apri maledizione o te ne pentirai per il resto della tua vita!”. Sigmund si alzò con fare sommesso e aprì la porta. Dietro quella porta un capannello di uomini lo osservavano curiosi. I poliziotti entrarono e accertato subito l’accaduto, bastò un colpo d’occhio. Ingiunsero a Sigmund di porgergli i polsi, lui eseguì senza obbiettare. Non disse nulla, come in stato di shock. I poliziotti furono costretti a tirargli su i pantaloni e ripulirgli le mani per lo sdegno. Aveva in dosso le intime prove della colpevolezza. Elenè fu coperta da un altro velo di seta che oscurò il suo irradiante corpo. Fuori dalla camera, gli stessi amici di Sigmund, clienti dell’albergo e fotografi osservarono la sua processione agonizzante, che davanti ai loro occhi passava silenzioso, inesistente. Al bagliore di ogni scatto Sigmund si chinava sempre di più in basso, verso il buio. Passò dieci anni nell’oscurità di una cella, ora più solo che mai, un ombra nell’oscurità.

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