sabato 13 febbraio 2010
La luna alta splendeva di luce sinistra, violando la privacy di terrazzi affollati e camere d’albergo ad ore. In una di queste, che dava su Place de la Concorde, si fermò particolarmente ad indagare uno dei tanti incontri delittuosi che si consumano nella notte parigina. Era una stanza anonima. Pareti verde smerlando e un grande baldacchino tinto da un lenzuolo rosso porpora. Un unico quadro appeso alla parete dirimpetto al letto, ritraeva ‘L’incubo’ di Fussli, una copia di bassa lega ma ugualmente spettrale. Cristine si lasciò attendere per mezz’ora buona. Quando varcò la soglia vide Francois riempire l’ennesimo bicchiere di cognac. La sua voce tremava per l’alcool, ma mai fu saggio come in quel momento, pensò Cristine. Sulla cassettiera un grammofono aspettava solo di essere acceso. Cristine frugò fra i dischi e mandò in esecuzione il primo movimento della 41° sinfonia di Mozart. Era solo una puttana ma aveva gusto. La sua storia non era quella classica da puttana, padre alcolista e violento, e madre gravida ad ogni cambio di stagione. No, lei veniva da una famiglia agiata. Aveva studiato violino al conservatorio di Parigi e poi a quello di Santa Cecilia. Ma sfortunatamente nel 29 il padre perse la sua piccola fabbrica fuori Parigi, finirono sul lastrico e il padre impazzì. Pochi mesi dopo la madre si lasciò morire. A Cristine povera e sola non restava altro da fare, così si mise a fare la puttana. Ed era brava nel farlo, quanto a suonare il violino. “Amore ci diamo da fare oppure ascoltiamo tutta la sinfonia?” esclamò, mentre Francois col lo sguardo perso nel vuoto farfugliava parole sconnesse. Filtrare una leggera brezza dagli infissi appena spalancati che faceva vorticare come in una danza orientale i ricci corvini di Cristine. La sua era una bellezza austera, autentica, quasi timida. I gradi seni su cui spaziava posandosi lo sguardo di ogni uomo, erano candidi e profumavano di gelsi. Francois la tirò a se, immerse la sua testa tra i sensi di Cristine, le strappò via maglia e reggiseno. “Adesso si che ci siamo bello!” esclamò Cristine che continuava a sogghignare compiaciuta. Francois iniziò a succhiare avidamente quei grandi seni. Insistendo con ferocia inaudita sui capezzoli. Si abbassò la zip e il suo grande sesso si perse tra le rotondità di Cristine. Ancora china nell’atto, pochi minuti dopo, Cristine baciava il suo sesso, lo carezzava delicatamente con la lingua, poi prese ad abbeverarsi come un poppante al ciuccio. Tutto d’un tratto quando il liquido fluiva dirompente giù per le cavità orali di Cristine, sferrò un morso con i suoi denti acuminati, sporgenti, taglienti come lame, al sesso ancora pulsante, ritto nel massimo della sua eccitazione. Dai brandelli di carne recisa, zampillavano fontanelle di sangue, di un rosso scuro simile a un Bordeaux delle annate migliori. Il pavimento era tutto un grumo, indistinti i colori nella stanza si sintetizzavano nella pioggia virale di Francois. Un passante incredulo per le urla, strabuzzò gli occhi gettando lo sguardo nella stanza. Vide uno scenario vibrante di rosso, un rosso accesso, la stanza bruciava intensamente, non era un incendio, ma qualcosa di molto simile. Piegato in due dal dolore, Francois stramazzò al suolo. Cristine gli assestò un calcio sui lombi, sfinendolo definitivamente. Prese la borsetta baluginante di paillettes, estrasse il disco dal supporto e si avviò alla porta. “Questo sarà il tuo ricordo” esclamò con fare sinistro sventolando la “Jupiter”. Ormai nel pianerottolo, si fermò impietrita, voltò il capo e vide un uomo curvo con gli occhi sgranati, giganteschi di mostro. “Tu sei il diavolo!” sibilò leggendo in quegli occhi il fuoco infernale. Poi cadde di sasso. Il disco scivolatole dalle dita andò in frantumi nello stesso istante in cui Cristine realizzò di avere una bottiglia conficcata nella spina dorsale.
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